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I social network come educatori?

I social network come educatori?

I SOCIAL NETWORK COME “EDUCATORI”?

«Sempre più spesso, quando il social-educatore “svolge male” il proprio compito viene subito indicato come il male assoluto divenendo un social-diseducatore, se non addirittura, distruttore dei costumi e dei valori»

PISTOIA. Sempre più spesso si sente parlare di quanto i social network danneggino i poveri “internetauti”, specie quelli più giovani, promovendo bufale, incitando all’odio, spacciando per verità assolute leggende metropolitane, dando eco a posizioni spesso al limite del ragionevole.
È bene però, sgombrare il campo da alcuni equivoci. I social nascono come contenitori vuoti, a differenza di un giornale in cui c’è una linea editoriale garantita dall’editore e dal direttore, i contenuti sono creati dagli stessi utenti. Ognuno, senza filtro, decide cosa, come e quando pubblicare un contenuto.
Nulla di nuovo sotto al cielo, per quanto riguarda internet: chi scrive “naviga” ormai da oltre venti anni, volendo fare un confronto tra mondo reale e mondo informatico è come essere un uomo, incredibilmente longevo che ha vissuto la preistoria ed oggi vive il medioevo (il futuro, ahimè è ancora in là da venire…).
Già all’epoca, e siamo tra il 1993/95, esisteva il mondo “Usenet”, che sta ai social come i mammut stanno agli elefanti. I vari gruppi della rete Usenet erano delle bacheche elettroniche, più o meno moderate, dove si poteva scrivere praticamente di tutto: dal fomentare l’odio, alla pornografia, allo scambiarsi preziose opinioni tecniche o professionali, al confrontarsi su temi sociali.
Cosa è cambiato allora? La risposa è banale ma fondamentale: le dimensioni. All’epoca della rete Usenet, le persone interconnesse erano poche e i contenuti giravano in piccoli ambienti, nell’ordine, in alcune bacheche di qualche decina di iscritti. Oggi, i dati ci dicono che in Italia ci sono 31 milioni di persone connesse a Internet (il che significa, che levati bambini e anziani, buonissima parte degli adulti ha accesso alla rete).
Di questi, sono 25 i milioni di utenti connessi, ogni mese, a Facebook, il primo social network in Italia e nel mondo. A questo va aggiunta la velocità raggiunta dalle reti telefoniche (sia fisse che mobili) e la facilità di accesso alla rete stessa (prima di tutto il boom delle connessioni mobili).
Un mix che ha portato come conseguenza l’immersione di tanti, in un flusso costante di notizie, nozioni e informazioni senza possibilità di analizzare con la dovuta calma e con la necessità di doversi subito far un’idea così da poter passare al contenuto successivo. Dando così gioco facile a chi vuole passare notizie false ma dando anche la possibilità, per esempio, a chi si occupa di marketing di poter lavorare su un target enorme e ben segmentato.
I social, quindi, in molti casi prendono il ruolo degli educatori: viene loro demandato il compito di formare ed informare chi naviga. Con il risultato che sempre più spesso, quando il social-educatore “svolge male” il proprio compito viene subito indicato come il male assoluto divenendo un social-diseducatore, se non addirittura, distruttore dei costumi e dei valori.
La vera notizia è che anche questa è una bufala, un modo semplicistico di risolvere la faccenda… come direbbero quelli bravi una “post-verità”.
Facebook è un contenitore, non un editore. Gli iscritti sono dei liberi cittadini non mentori o giornalisti. Il problema quindi, sta in chi fruisce di questi contenuti: queste persone, sono dotate dei filtri giusti? La scuola, la famiglia, il mondo delle associazioni, la parrocchia, etc., forniscono quei valori necessari, quella visione critica fondamentale, per potersi fare una propria idea?
I giovani, in particolar modo, sono educati a farsi delle domande, a saper accettare il dubbio e ad utilizzarlo come momento di ricerca? Di certo, non si può puntare il dito verso il social network, quando è la società stessa che ha demandato, sbagliando, il ruolo di educatore ad un algoritmo che premia in visibilità i post che che hanno maggiori interazioni (like, aperture, condivisioni, visualizzazioni…), non si può chiedere l’etica ad una multinazionale che ha come fine il business e non certo l’educazione.
Quindi, prima di puntare il dito, chiediamoci quanto siamo disposti a ragionare su quello che ci appare a monitor e magari ad utilizzare con criterio, uno strumento formidabile quale Facebook & Co.
(Angelo Fragliasso)